1 14/10/2026 9 min

Installare Chrome su Ubuntu senza passare da pacchetti terzi

Su Ubuntu 22.04 e 20.04 la strada più pulita per avere Google Chrome è usare il pacchetto .deb ufficiale di Google. Non c’è bisogno di repository esterni, né di PPA improvvisati: scarichi il pacchetto, lo installi, e poi lasci che il sistema riceva gli aggiornamenti dal repository di Google configurato dal pacchetto stesso. È la scelta giusta se vuoi un browser stabile, con release allineate al canale stabile di Chrome e senza dover inseguire build non controllate.

La differenza pratica tra Ubuntu 22.04 e 20.04, in questo caso, è minima. La procedura è la stessa; cambiano solo alcuni dettagli dell’ambiente desktop e la probabilità di trovare già installati strumenti come wget o curl. Se il sistema è minimale, conviene verificare prima la presenza degli strumenti base e poi procedere con il download del pacchetto ufficiale.

Verifica preliminare dell’ambiente

Prima di installare, controlla che la macchina sia effettivamente una release supportata e che l’architettura sia compatibile con il pacchetto scaricato. Chrome per Linux x86_64 è il caso più comune; su ARM la situazione cambia e non tutte le distribuzioni/architetture seguono lo stesso percorso.

Usa questi comandi per raccogliere l’informazione minima utile:

lsb_release -a
uname -m
cat /etc/os-release

Atteso: Ubuntu 20.04 o Ubuntu 22.04 e architettura x86_64 o equivalente. Se uname -m restituisce aarch64 o arm64, fermati e verifica la disponibilità del pacchetto per quella piattaforma prima di procedere: non dare per scontato che il flusso sia identico.

Download del pacchetto ufficiale di Google Chrome

Il pacchetto si scarica direttamente dal sito di Google. Questa è la parte importante: il file .deb non è un mirror casuale, ma il contenitore ufficiale che poi registra il repository di aggiornamento nel sistema. Se lavori in contesti con proxy o filtraggio SSL, il download può fallire per motivi banali; in quel caso la diagnosi va fatta prima sul layer rete, non sul browser.

Il comando più semplice è questo:

wget https://dl.google.com/linux/direct/google-chrome-stable_current_amd64.deb

Se preferisci curl, il risultato è equivalente:

curl -LO https://dl.google.com/linux/direct/google-chrome-stable_current_amd64.deb

Verifica che il file sia stato scaricato davvero e non sia una pagina HTML di errore rinominata in .deb:

file google-chrome-stable_current_amd64.deb
ls -lh google-chrome-stable_current_amd64.deb

Atteso: il comando file deve riconoscere un archivio Debian. Se restituisce HTML document o un file di testo, hai un problema di download, proxy o redirect. Non andare avanti fino a quando il contenuto non è quello giusto.

Installazione con apt: meglio di dpkg da solo

Su Ubuntu conviene usare apt per installare il pacchetto locale, perché risolve anche le dipendenze mancanti. Installare con dpkg -i funziona, ma poi sei costretto a chiudere manualmente eventuali dipendenze non presenti. Per un’installazione pulita, apt è la scelta più lineare.

Procedi così:

sudo apt update
sudo apt install ./google-chrome-stable_current_amd64.deb

Se il sistema ti segnala che il file locale non è accettato, puoi usare sudo apt install /percorso/google-chrome-stable_current_amd64.deb con il path completo. L’importante è che il pacchetto venga trattato come sorgente locale e non come nome di repository.

In alternativa, se vuoi vedere il comportamento classico di dpkg, puoi usarlo e poi sistemare le dipendenze con apt:

sudo dpkg -i google-chrome-stable_current_amd64.deb
sudo apt -f install

Funziona, ma è meno elegante. Lo tengo come opzione di recupero, non come via principale.

Controllo dell’installazione e primo avvio

Una volta completata l’installazione, verifica che il binario sia presente e che il pacchetto risulti registrato nel database di dpkg. Questo ti evita di confondere un’installazione parziale con un’installazione riuscita.

google-chrome --version
dpkg -l | grep google-chrome

Atteso: una versione del tipo Google Chrome XX e una riga con stato ii nel listing di dpkg. Se il comando google-chrome non è nel PATH, controlla il link simbolico o il percorso binario tipico in /usr/bin/google-chrome.

Per avviare il browser dal terminale:

google-chrome

Se stai lavorando in sessione grafica remota, il primo avvio può richiedere qualche secondo in più. Non forzare il kill del processo se vedi finestra bianca per pochi istanti: lascia che il profilo utente venga creato e che il browser inizializzi cache, estensioni e policy locali.

Creazione del launcher e integrazione nel desktop

Su Ubuntu, il pacchetto ufficiale installa già il launcher nel menu applicazioni. Se però stai lavorando su installazioni minimali, sessioni remote o ambienti con profili utente danneggiati, il collegamento potrebbe non comparire subito. In quel caso conviene verificare il file desktop installato dal pacchetto.

ls -l /usr/share/applications/google-chrome.desktop
cat /usr/share/applications/google-chrome.desktop

Atteso: un file .desktop con il comando di avvio corretto. Se vuoi pinning nella dock GNOME, avvia Chrome e usa l’opzione del desktop environment per mantenere l’icona nei preferiti. È un dettaglio banale, ma in assistenza fa risparmiare tempo agli utenti che non vogliono aprire terminali.

Aggiornamenti: perché il pacchetto ufficiale è comodo

Uno dei vantaggi concreti del pacchetto ufficiale è che ti agganci al canale di aggiornamento corretto senza dover aggiungere manualmente un repository separato. Dopo l’installazione, il sistema riceve gli update tramite i normali meccanismi di apt. Questo rende la manutenzione molto più lineare rispetto a installazioni manuali fatte anni fa con script o repository non più affidabili.

Per controllare che il repository sia stato registrato, puoi ispezionare i sorgenti configurati da Google:

grep -R "dl.google.com/linux/chrome" /etc/apt/sources.list /etc/apt/sources.list.d/

Atteso: una riga che punti al repository di Chrome. Se non c’è, l’installazione del pacchetto potrebbe essere stata interrotta o il file sorgente potrebbe essere stato rimosso. In quel caso, la correzione più pulita è reinstallare il pacchetto ufficiale, non inventarsi repository manuali senza verificarne la firma.

Per eseguire un aggiornamento normale:

sudo apt update
sudo apt upgrade

Se vuoi aggiornare solo Chrome, usa il nome del pacchetto:

sudo apt install --only-upgrade google-chrome-stable

Installazione via interfaccia grafica: quando ha senso

Su desktop Ubuntu puoi anche fare tutto senza terminale. Scarichi il file .deb, lo apri con il gestore software e confermi l’installazione. È un percorso utile quando devi dare istruzioni a un utente non tecnico o quando lavori in una sessione grafica dove il terminale non è il canale preferito.

Il punto da non perdere è sempre lo stesso: il pacchetto deve essere quello ufficiale di Google. La GUI non cambia il fatto che il file debba essere valido, e non risolve i problemi di rete o di architettura. Se il download è corrotto o incompleto, il gestore grafico ti darà un errore più o meno esplicito, ma la causa resta a monte.

Problemi comuni e come chiuderli in fretta

Il primo errore classico è il pacchetto sbagliato per architettura. Se provi a installare il file x86_64 su una macchina ARM, apt o dpkg te lo diranno subito. La verifica minima è uname -m; non andare a tentoni.

Il secondo errore classico è un download incompleto. In quel caso file e ls -lh bastano quasi sempre per capire se hai davvero un pacchetto Debian o un file HTML/trasferimento tronco. Se sei dietro proxy aziendale, controlla anche eventuali certificati MITM e le policy di uscita verso dl.google.com.

Il terzo problema è la mancanza di dipendenze minime del sistema. Su Ubuntu normale non è comune, ma su installazioni molto ridotte alcuni componenti desktop o librerie potrebbero non esserci. In quel caso il messaggio di apt è già abbastanza chiaro: non conviene ignorarlo o forzare installazioni a metà.

Se il browser parte ma la GUI non appare correttamente, il check utile è il log della sessione utente e l’eventuale output avviandolo dal terminale. Spesso il problema non è Chrome in sé, ma la sessione grafica, un profilo utente corrotto o estensioni che bloccano il caricamento iniziale.

Disinstallazione pulita e rollback

Se devi rimuovere Chrome, fallo in modo pulito e verificabile. La disinstallazione via apt elimina il pacchetto, mentre eventuali dati utente restano nel profilo locale. Questo è utile se vuoi fare rollback senza perdere segnalibri o sessioni, ma va tenuto presente se stai gestendo una postazione condivisa.

sudo apt remove google-chrome-stable
sudo apt purge google-chrome-stable

La differenza è semplice: remove toglie il pacchetto, purge rimuove anche i file di configurazione del sistema collegati al pacchetto. I dati dell’utente nel profilo, però, possono restare in ~/.config/google-chrome/ e ~/.cache/google-chrome/. Se vuoi un rollback davvero completo lato utente, devi valutare anche quei percorsi, ma solo con consenso e con chiaro impatto sui dati locali.

Prima di cancellare profili utente, fai sempre una verifica del contenuto e un backup se c’è anche solo il dubbio che contenga dati utili. In contesti amministrati, il principio è semplice: rimuovi il software, non la storia operativa dell’utente, a meno che il problema sia proprio nel profilo e tu abbia deciso un reset consapevole.

Comandi essenziali riassunti

Se vuoi tenere a portata di mano il flusso minimo, questa sequenza copre il caso standard su Ubuntu 22.04 e 20.04:

uname -m
wget https://dl.google.com/linux/direct/google-chrome-stable_current_amd64.deb
sudo apt update
sudo apt install ./google-chrome-stable_current_amd64.deb
google-chrome --version

È una procedura lineare, ma va eseguita con un minimo di disciplina: verifica architettura, valida il file scaricato, installa con apt, controlla la versione. Saltare uno di questi passaggi è il modo più rapido per perdere tempo su problemi che si diagnosticano in pochi minuti.

Quando fermarsi e controllare meglio

Se il download fallisce in modo ripetuto, se il file non è un vero pacchetto Debian, se l’architettura non combacia o se il sistema ha policy restrittive di rete, non forzare l’installazione. Il punto non è “far partire Chrome a ogni costo”, ma capire dove si rompe il percorso: rete, file, package manager o sessione grafica.

In ambienti di produzione o su desktop aziendali, il vero valore sta nel ripetere una procedura semplice e verificabile. Per questo il metodo ufficiale di Google è preferibile: meno variabili, meno manutenzione, meno sorprese quando arriva il momento di aggiornare o rimuovere il pacchetto.