Per installare Ubuntu 26.04 LTS in VirtualBox o VMware conviene partire da una scelta semplice: macchina virtuale con firmware UEFI, disco virtuale dinamico, rete NAT per il primo avvio e risorse coerenti con l’uso previsto. Il punto non è solo “far partire l’installer”, ma arrivare a una VM pulita, ripetibile e facile da gestire dopo il primo boot.
In pratica, i problemi più comuni non arrivano da Ubuntu ma dalla configurazione della VM: ISO corrotta, virtualizzazione disabilitata nel BIOS, controller disco scelto male, grafica virtuale poco compatibile o mismatch tra firmware legacy e immagine pensata per UEFI. Se si sistemano questi dettagli prima, l’installazione è lineare.
Scelta dell’hypervisor e requisiti minimi
VirtualBox va bene per test, laboratorio e uso desktop leggero. VMware Workstation/Fusion tende a essere più stabile sul piano grafico e offre integrazione migliore con alcuni ambienti host, soprattutto quando si lavora spesso con più VM o con periferiche USB. Per Ubuntu 26.04 LTS, entrambi sono validi: la differenza reale la fa la qualità della configurazione.
Per una VM desktop ragionevole, parti da 2 CPU, 4 GB di RAM e 30 GB di disco. Se prevedi browser pesanti, sviluppo locale o container, alza a 4 CPU e 8 GB di RAM. Su host con SSD, il disco dinamico è accettabile; se usi la VM in modo continuativo, un disco preallocato riduce frammentazione e rende più prevedibile la latenza I/O.
Prima di iniziare, verifica che la virtualizzazione sia attiva nel firmware del PC host. Su Linux puoi controllare rapidamente così:
egrep -c '(vmx|svm)' /proc/cpuinfo
Se il risultato è maggiore di zero, la CPU espone VT-x o AMD-V. Se resta a zero, entra nel BIOS/UEFI dell’host e abilita la virtualizzazione hardware. Senza questa opzione, alcune configurazioni funzionano comunque, ma con prestazioni peggiori e più probabilità di errori.
Scaricare e verificare l’immagine ISO
Per installare Ubuntu in VM usa l’immagine desktop ufficiale o l’immagine server se vuoi un sistema minimale e poi aggiungere il desktop a mano. La scelta dipende da cosa ti serve: la desktop è più rapida per chi vuole un ambiente pronto, la server è più pulita per chi preferisce controllare ogni pacchetto.
Il passaggio che molti saltano è la verifica dell’ISO. Se l’immagine è corrotta, i sintomi possono essere casuali: installazione che si blocca, errori di decompressione o crash durante il boot live. Dopo il download, confronta checksum e, se disponibile, firma.
sha256sum ubuntu-26.04-desktop-amd64.iso
Confronta l’hash con quello pubblicato sul sito ufficiale. Se non coincide, riscarica il file. Non forzare l’installazione: il tempo perso dopo è maggiore di quello necessario per una verifica iniziale.
Creare la VM in VirtualBox
In VirtualBox crea una nuova macchina e imposta tipo Linux e versione Ubuntu 64-bit. Se l’host supporta UEFI e vuoi evitare differenze tra ambiente reale e virtuale, abilita EFI nelle impostazioni di sistema. Per Ubuntu moderno è la scelta più coerente, soprattutto se prevedi Secure Boot o partizioni GPT.
Configurazione consigliata iniziale:
- Nome VM: qualcosa di esplicito, ad esempio
ubuntu-2604-lts. - RAM: 4096 MB come base, 8192 MB se la usi come desktop principale di test.
- CPU: 2 core minimi, 4 se hai margine sull’host.
- Disco: VDI dinamico da 30–50 GB.
- Video: 128 MB, accelerazione 3D attiva solo se serve davvero.
- Rete: NAT per installazione e primo accesso; bridge solo se ti serve esporre la VM in LAN.
Dopo la creazione, monta l’ISO nel lettore ottico virtuale e avvia la VM. Se il boot non parte, controlla che la priorità di avvio veda il CD/DVD prima del disco, oppure usa il menu di boot di VirtualBox.
Una nota utile: se la schermata iniziale resta nera o il mouse si comporta male, spesso il problema è la combinazione tra controller grafico e accelerazione 3D. In quel caso disattiva la 3D acceleration e riprova, prima di cambiare altro.
Creare la VM in VMware
In VMware Workstation o Fusion la procedura è simile ma con qualche nome diverso. Crea una nuova VM, scegli compatibilità recente, guest Linux Ubuntu 64-bit, disco SATA o NVMe virtuale e firmware UEFI se disponibile. VMware gestisce bene il profilo hardware predefinito, quindi conviene non complicarsi con opzioni inutili al primo giro.
Impostazioni pratiche:
- Memoria: 4 GB come base.
- CPU: 2 core, con riserva di aumentare a 4.
- Disco: 30 GB minimi, meglio 40–50 GB se installerai software extra.
- Rete: NAT per l’installazione, bridge solo se serve raggiungibilità diretta.
- Firmware: UEFI, salvo necessità specifica di legacy BIOS.
Se VMware propone l’installazione automatica con Easy Install, può andare bene per un setup rapido, ma io preferisco l’installazione manuale quando voglio controllare lingua, layout tastiera, partizionamento e account. È meno “comodo” solo sulla carta: in pratica riduce sorprese.
Avvio dell’installer di Ubuntu
Quando la VM parte dall’ISO, scegli Install Ubuntu o Try or Install a seconda della schermata. Se vuoi testare che hardware virtuale, video e rete siano coerenti, puoi avviare prima una sessione live. Se invece vuoi andare diretto, l’installer è sufficiente.
Durante i primi passaggi, controlla lingua, layout della tastiera e accessibilità. Sono dettagli banali solo quando sono giusti; se il layout è errato, ti ritrovi password e caratteri speciali sbagliati già nella fase iniziale.
Per la rete, in NAT di solito non devi fare nulla: la VM riceve connettività in uscita. Se l’installer non vede Internet, verifica prima il layer della VM e poi l’host. Un test rapido è aprire una shell nella live session e fare:
ping -c 3 8.8.8.8
ping -c 3 archive.ubuntu.com
Se il primo ping funziona e il secondo no, il problema è DNS. Se entrambi falliscono, il problema è la rete virtuale o il bridge/NAT scelto. In questo caso non ha senso andare avanti alla cieca: correggi la rete prima di installare.
Partizionamento: semplice, GPT e senza esagerare
Per una VM standard la soluzione più pulita è guidata, con cancellazione del disco virtuale e uso dell’intero disco. Se la VM è nuova e dedicata a Ubuntu, non serve un partizionamento manuale complicato. GPT con UEFI è la combinazione più lineare.
Se vuoi fare le cose in modo più controllato, una struttura minima sensata è questa:
/su ext4, dimensione principale.swapopzionale, oppure swapfile gestito dal sistema.- Eventuale
/homeseparata solo se prevedi di riciclare il sistema o fare test ripetuti.
Su una VM moderna non ha molto senso separare tutto in dieci mount point. Più partizioni significa più manutenzione e meno flessibilità. Se non hai una necessità precisa, resta semplice.
Se l’installer propone cifratura del disco, valuta il contesto. In laboratorio o su laptop condiviso può avere senso; in una VM di test pura aggiunge complessità e una fase di bootstrap in più. Non è sbagliata, ma va usata per motivi concreti, non per abitudine.
Account, hostname e primo profilo
Scegli un hostname coerente con lo scopo della VM. Un nome chiaro aiuta quando gestisci snapshot, backup o più ambienti paralleli. Evita nomi generici come ubuntu o test se la VM non è davvero temporanea.
Per l’account utente, usa una password robusta ma memorizzabile o comunque gestita in un password manager. Se abiliti l’accesso automatico, fallo solo su macchine isolate o da laboratorio; in un ambiente condiviso è una scorciatoia che crea problemi di sicurezza e tracciabilità.
Se l’installer chiede aggiornamenti di terze parti o codec, la scelta dipende dall’obiettivo. Per una VM generica e aggiornata, installare i pacchetti di supporto può essere utile. Per un ambiente minimo, puoi rimandare e installare solo ciò che serve dopo il primo boot.
Primo avvio: controlli che evitano ore perse
Dopo il reboot, rimuovi l’ISO dalla VM per non rientrare nell’installer. Sembra banale, ma è uno degli errori più frequenti quando si passa da un hypervisor all’altro. Se la macchina torna sempre al boot da CD, stai ancora avviando l’immagine montata.
Una volta dentro il desktop o nella shell, verifica subito versione, kernel e stato rete:
lsb_release -a
uname -r
ip a
ip route
Se usi Ubuntu Desktop, controlla anche che il rendering grafico non sia caduto su un fallback software troppo lento. In ambienti virtualizzati, la differenza tra una configurazione video corretta e una sbagliata si sente subito nello scrolling e nell’apertura delle finestre.
Per aggiornare il sistema appena installato:
sudo apt update
sudo apt full-upgrade -y
Questo passaggio è importante anche in una LTS fresca. L’immagine ISO non contiene sempre tutti gli aggiornamenti rilasciati dopo la pubblicazione, quindi conviene allineare subito il sistema. Se il kernel cambia, riavvia la VM e verifica che tutto resti stabile.
Guest Additions e VMware Tools: integrazione che vale il tempo speso
Su VirtualBox, le Guest Additions migliorano risoluzione dinamica, clipboard, cartelle condivise e integrazione mouse. Su VMware, le VMware Tools fanno lo stesso con un livello di maturità generalmente ottimo. Non sono un extra cosmetico: rendono la VM usabile davvero.
Su Ubuntu, in molti casi bastano i pacchetti dei repository per l’integrazione base. Per VirtualBox, ad esempio, puoi installare i componenti necessari così:
sudo apt install -y build-essential dkms linux-headers-$(uname -r)
Poi monti il supporto Guest Additions dall’interfaccia dell’hypervisor e lanci l’installer previsto dal disco virtuale. Se il modulo non compila, di solito mancano gli header del kernel o il sistema non ha ancora i pacchetti base per compilare moduli. In quel caso non cercare scorciatoie: installa i prerequisiti corretti e riprova.
Su VMware, in molti casi il pacchetto open-vm-tools è la via più semplice:
sudo apt install -y open-vm-tools open-vm-tools-desktop
Dopo l’installazione, riavvia o effettua logout/login per far applicare bene l’integrazione grafica e degli appunti.
Rete: NAT, bridge e port forwarding senza confusione
In fase iniziale NAT è quasi sempre la scelta migliore. Ti garantisce Internet in uscita senza esporre la VM in rete locale. Se poi devi pubblicare un servizio, aggiungi una regola di port forwarding o passa a bridge solo quando hai chiaro l’effetto sul tuo ambiente.
Il bridge mette la VM sulla stessa rete dell’host. È utile per test di servizi, DHCP, DNS o accesso diretto da altri dispositivi. Il rovescio della medaglia è che la VM diventa un nodo vero della LAN, quindi va trattata come tale anche per aggiornamenti, firewall e superficie d’attacco.
Se vuoi verificare la connettività dopo il boot, usa questi controlli rapidi:
ip a
resolvectl status
curl -I https://ubuntu.com
Se curl fallisce ma il ping IP funziona, il problema è spesso DNS, proxy o certificati nel sistema guest. Se non hai IP, torna alla rete virtuale. Se l’IP c’è ma non esce nulla, controlla gateway e regole dell’hypervisor.
Snapshot, backup e disciplina operativa
Dopo il primo avvio pulito, crea uno snapshot. Non è una comodità da laboratorio e basta: è il modo più veloce per tornare a uno stato noto dopo test di pacchetti, kernel o configurazioni. In VirtualBox e VMware lo snapshot costa molto meno di una reinstallazione.
La regola pratica è semplice: snapshot dopo installazione base, snapshot prima di modifiche rischiose e rollback sempre pronto. Se installi software che tocca kernel, rete o desktop stack, avere un punto di ritorno evita di trasformare un test in un ripristino lungo.
Se la VM serve come ambiente di lavoro, valuta anche un backup del disco virtuale a VM spenta. Non confondere snapshot con backup: lo snapshot dipende dall’hypervisor e dalla catena di dischi; il backup è una copia esportabile e recuperabile anche fuori dal contesto originale.
Problemi tipici e lettura rapida dei sintomi
Schermo nero al boot: spesso grafica virtuale o EFI/legacy incoerenti. Prova a disattivare l’accelerazione 3D, cambiare controller video o verificare che la VM stia effettivamente bootando dall’ISO.
Installer che non vede rete: controlla prima l’hypervisor, poi la configurazione della scheda virtuale. In NAT il problema è raro; in bridge può dipendere dal driver dell’host o dal Wi-Fi, che in alcuni scenari gestisce male il bridging.
Sistema lento dopo l’installazione: aumenta RAM, assegna più CPU, controlla che il disco virtuale non sia su storage lento e verifica che le Guest Additions o gli open-vm-tools siano installati. Se la VM usa swap in modo aggressivo, probabilmente hai allocato poca memoria.
Se il desktop non si adatta bene alla finestra: il problema è quasi sempre l’integrazione guest. Non è un difetto di Ubuntu, ma un segnale che mancano i componenti di interazione con l’hypervisor.
Quando scegliere VirtualBox e quando VMware
Scegli VirtualBox se vuoi un ambiente gratuito, semplice da distribuire e con una documentazione ampia. È la scelta naturale per test rapidi, formazione e laboratori personali. Scegli VMware se ti interessa una sensazione più rifinita nell’uso quotidiano, soprattutto sul fronte grafico e di integrazione con l’host.
In entrambi i casi, Ubuntu 26.04 LTS si installa senza particolari complicazioni se la VM è pensata bene. La differenza la fanno i dettagli: firmware coerente, risorse adeguate, ISO verificata, rete impostata con criterio e integrazione guest installata subito dopo il primo boot.
Se vuoi usare la VM per sviluppo o test di servizi, il risultato migliore arriva quando la tratti come una macchina reale: hostname sensato, aggiornamenti, snapshot, rete chiara e nessuna modifica improvvisata senza una via di ritorno.
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