1 12/10/2026 10 min

Se devi usare Ubuntu su Windows 10 senza toccare il disco del PC in modo invasivo, VirtualBox è la strada più semplice. Ti dà una macchina virtuale separata, con snapshot, rete isolata e rollback rapido se qualcosa va storto. La parte che fa perdere più tempo, di solito, non è l’installazione di Ubuntu: è arrivare alla VM con la virtualizzazione hardware attiva, la rete impostata nel modo giusto e le Guest Additions installate senza errori.

Qui sotto trovi una procedura completa, orientata a un setup pulito e ripetibile su Windows 10. L’obiettivo non è solo “far partire Ubuntu”, ma farlo partire bene: CPU e RAM dimensionate con criterio, disco virtuale sensato, accesso a Internet stabile, clipboard condivisa e cartelle host/guest se servono davvero.

Prima di installare: controlli che evitano il 90% dei problemi

La prima verifica è la virtualizzazione hardware. Se Intel VT-x o AMD-V è disabilitata nel BIOS/UEFI, VirtualBox può anche installarsi, ma la VM andrà male o non partirà. Su Windows 10 controlla anche che Hyper-V e i componenti che usano la stessa piattaforma non stiano interferendo, soprattutto se hai già installato WSL2, Docker Desktop o strumenti simili.

Per verificare lo stato dal lato Windows, apri il Task Manager e vai su Prestazioni → CPU. In basso trovi la voce Virtualizzazione: deve risultare Abilitata. Se è disabilitata, devi entrare nel firmware della macchina e attivarla. Se vuoi un controllo più tecnico, da Prompt dei comandi puoi usare:

systeminfo | findstr /i "Hyper-V"

Questo comando non ti dice tutto, ma aiuta a capire se il sistema sta già usando funzionalità di virtualizzazione in conflitto. Se il tuo obiettivo è usare VirtualBox in modo classico, evita di accumulare livelli di astrazione inutili: meno componenti in mezzo, meno guai quando devi fare troubleshooting.

Scaricare VirtualBox e l’immagine Ubuntu giusta

Scarica VirtualBox dal sito ufficiale Oracle e prendi anche il pacchetto Extension Pack della stessa versione. L’Extension Pack non è obbligatorio per installare Ubuntu, ma torna utile per USB 2/3, RDP e altre funzioni avanzate. La versione deve combaciare con quella di VirtualBox, altrimenti ti ritrovi con errori banali ma fastidiosi.

Per Ubuntu, la scelta corretta nella maggior parte dei casi è l’ISO desktop LTS. Se vuoi stabilità, scegli una LTS supportata; se vuoi solo testare, una release recente va bene, ma per un ambiente che devi usare con continuità conviene una base prevedibile. L’ISO va verificata con checksum se il download proviene da una rete non fidata o se vuoi escludere file corrotti.

Un controllo rapido dell’hash su Windows può essere fatto con:

certutil -hashfile ubuntu-24.04.1-desktop-amd64.iso SHA256

Confronta il risultato con l’hash pubblicato sul sito del progetto. Se non coincide, non andare avanti: una ISO corrotta ti fa perdere tempo in modo poco elegante.

Creare la VM in VirtualBox con parametri sensati

Apri VirtualBox e crea una nuova macchina virtuale. Dai un nome chiaro, per esempio Ubuntu-24.04, così la riconosci subito anche dopo mesi. Tipo: Linux, versione: Ubuntu (64-bit). Se l’opzione 64-bit non appare, quasi sempre la virtualizzazione hardware non è disponibile o il sistema la sta mascherando.

Per una macchina desktop leggera, 2 core e 4 GB di RAM sono il minimo ragionevole. Se il PC host ha 16 GB o più, 6–8 GB rendono l’esperienza molto più fluida, soprattutto con browser, aggiornamenti e IDE leggeri. Non assegnare metà della RAM del PC alla VM: Windows deve restare reattivo, altrimenti sposti il collo di bottiglia invece di risolverlo.

Per il disco virtuale, crea un VDI dinamico. In genere 30 GB sono il minimo comodo per un desktop Ubuntu con aggiornamenti, pacchetti base e qualche tool. Se prevedi Docker, compilazioni o file grandi, sali a 50–80 GB. Il disco dinamico risparmia spazio all’inizio, ma cresce man mano che installi software e salvi dati.

Prima di avviare la VM, entra in Impostazioni e controlla tre punti: Sistema, Schermo e Rete. In Sistema, lascia abilitato l’ordine di boot con il lettore ottico sopra il disco, così partirà dall’ISO. In Schermo, porta la memoria video a 128 MB se disponibile e abilita l’accelerazione 3D solo se ti serve davvero; su alcuni host può introdurre comportamenti poco gradevoli senza offrire benefici reali. In Rete, la scelta più semplice è NAT per avere Internet immediato senza esporre la VM sulla LAN.

Installare Ubuntu nella VM

Avvia la macchina virtuale e seleziona l’ISO di Ubuntu quando VirtualBox te lo chiede. Se parte il menu di installazione, puoi scegliere direttamente Install Ubuntu. In un contesto desktop standard, l’opzione più rapida è usare l’installazione normale, non quella minimale, a meno che tu non voglia un sistema molto essenziale.

Durante il wizard di Ubuntu, la parte più importante è il partizionamento dentro il disco virtuale. Se stai usando un disco dedicato alla VM, puoi selezionare cancella disco e installa Ubuntu senza rischi per il sistema host: il disco interessato è quello virtuale, non il disco fisico di Windows. È comunque buona norma controllare che il disco mostrato abbia la dimensione attesa, così eviti errori grossolani.

Imposta nome utente e password con criterio. In ambiente domestico puoi usare un account standard e sudo per l’amministrazione. In ambiente condiviso, evita nomi troppo prevedibili e non riutilizzare password già usate altrove. Dopo il primo boot, aggiorna subito il sistema:

sudo apt update
sudo apt upgrade -y

Se il processo di aggiornamento trova kernel o librerie importanti, riavvia la VM prima di proseguire con i componenti di integrazione. È un passaggio semplice, ma spesso viene saltato e poi ci si ritrova con moduli non allineati.

Installare le Guest Additions: il pezzo che cambia davvero l’usabilità

Le Guest Additions servono per risoluzione dinamica, clipboard condivisa, integrazione mouse e cartelle condivise. Senza, Ubuntu funziona comunque, ma l’esperienza resta grezza. Per installarle, prima prepara i pacchetti necessari dentro la VM:

sudo apt install -y build-essential dkms linux-headers-$(uname -r)

Poi, dal menu di VirtualBox, monta il CD delle Guest Additions. In genere trovi la voce Dispositivi → Inserisci l’immagine del CD delle Guest Additions. Se l’automount non parte, monta il supporto e lancia manualmente lo script presente sul disco virtuale. Il comando tipico è:

sudo sh /media/$USER/VBox_GAs_*/VBoxLinuxAdditions.run

Dopo l’installazione, riavvia la VM. Se tutto è andato bene, la finestra dovrebbe adattarsi meglio alle dimensioni, il mouse passare dentro e fuori senza catture fastidiose e la clipboard bidirezionale diventare disponibile. Se vuoi abilitarla, vai in Impostazioni della VM → Generale → Avanzate e imposta Appunti condivisi su Bidirezionale.

Rete: NAT, bridge e quando scegliere l’uno o l’altro

Per la maggior parte dei casi, NAT è la scelta corretta. Ubuntu esce su Internet, scarica pacchetti e aggiorna il sistema senza esporre servizi sulla rete locale. È la modalità meno problematica per chi vuole una VM da usare come desktop o ambiente di test.

Se invece devi far vedere la VM agli altri dispositivi della LAN, per esempio per testare un servizio web o SSH, allora puoi passare a scheda con bridge. In quel caso la VM riceve un indirizzo IP dal router come se fosse un PC fisico. È comodo, ma aumenta la superficie esposta: se apri porte o servizi, devi sapere cosa stai pubblicando.

Per verificare che la rete funzioni, dentro Ubuntu usa:

ip a
ping -c 3 8.8.8.8
ping -c 3 archive.ubuntu.com

Se il ping verso l’IP funziona ma quello verso il nome no, il problema è DNS. Se non esce nemmeno verso l’IP, controlla la modalità di rete di VirtualBox e la connettività host. In ambiente NAT, un DNS rotto dentro la VM è spesso un sintomo di configurazione locale, non di un guasto del provider.

Cartelle condivise: utili, ma da usare con disciplina

Le cartelle condivise sono comode se devi spostare file tra Windows e Ubuntu senza passare da cloud o chiavette. Però non usarle come sostituto di una vera strategia di backup: servono per scambio rapido, non per conservazione affidabile.

In VirtualBox, crea una cartella condivisa puntando a una directory dell’host e abilita Auto-mount se vuoi montaggio automatico. Dentro Ubuntu, spesso la cartella compare sotto /media/sf_nomecartella. Se non hai permessi, aggiungi l’utente al gruppo vboxsf:

sudo usermod -aG vboxsf $USER

Serve logout/login o riavvio della sessione perché il gruppo venga letto correttamente. Se la cartella non compare, controlla anche che le Guest Additions siano davvero installate e che il nome della share sia scritto senza errori nella configurazione della VM.

Impostazioni consigliate per un desktop Ubuntu fluido

Ci sono alcune scelte che migliorano molto l’uso quotidiano. La prima è la dimensione dello schermo: con le Guest Additions attive, puoi ridimensionare la finestra e Ubuntu si adegua. La seconda è la memoria video: se usi applicazioni grafiche o browser pesanti, non lasciarla al minimo. La terza è il numero di CPU: assegnare più vCPU non significa sempre più velocità, soprattutto se l’host è già sotto carico.

Un buon punto di partenza su un host da 8 core e 16 GB di RAM è 2 vCPU e 4–6 GB di RAM. Su un host più potente puoi salire, ma l’idea è lasciare sempre margine a Windows. Se il sistema host inizia a swappare, la VM diventa lenta anche se dentro Ubuntu tutto sembra corretto.

Se vuoi un comportamento più prevedibile, disattiva i servizi che non ti servono all’avvio di Ubuntu e tieni aggiornato il sistema. Una VM non è un ambiente magico: accumula patch, librerie e dipendenze come qualsiasi altra installazione Linux.

Troubleshooting rapido quando qualcosa non torna

Se la VM non si avvia e compare un errore relativo alla virtualizzazione, torna al controllo BIOS/UEFI e verifica anche eventuali funzionalità di Hyper-V. Se la schermata resta nera o il desktop non si adatta bene, spesso il problema è nelle Guest Additions o nel driver video virtuale. Se la rete non funziona, controlla prima la modalità della scheda virtuale e poi i DNS dentro Ubuntu.

Un controllo utile per capire se il kernel vede i moduli delle Guest Additions è:

lsmod | grep vbox

Se non ottieni output, il modulo non è caricato oppure l’installazione non è andata a buon fine. In quel caso, guarda i log dell’installer e reinstalla i pacchetti di compilazione e gli header del kernel. Se invece la VM parte ma va lenta, controlla l’uso di CPU e RAM sia su Windows sia dentro Ubuntu, perché il collo di bottiglia può essere su uno dei due lati.

Un setup pulito vale più di un’installazione frettolosa

Installare Ubuntu su Windows 10 con VirtualBox non è difficile, ma va fatto con un minimo di metodo. La differenza la fanno i dettagli: virtualizzazione attiva, ISO verificata, rete scelta con criterio, Guest Additions installate e risorse assegnate senza esagerare. Se curi questi punti, la VM diventa uno strumento affidabile per studio, test, sviluppo o semplicemente per lavorare in Linux senza cambiare macchina.

Il vantaggio vero di VirtualBox non è solo avere Ubuntu su Windows. È poterlo rifare identico, spostarlo, clonarlo e tornare indietro quando serve. In pratica, ti costruisci un ambiente Linux usa-e-getta ma serio, che è esattamente il tipo di cosa che serve quando vuoi sperimentare senza sporcare il sistema principale.